Il futuro non arriva dopo.
È già qui. Lo abitiamo ogni volta che restiamo nel presente — assumendoci la responsabilità
di ciò che le nostre decisioni mettono in movimento.

Le Note dal campo nascono dall'esperienza sul terreno

Non cercano di spiegare il lavoro umanitario.
Cercano di conservare qualcosa che rischia di andare perduto
quando l'esperienza viene trasformata in procedure,
rapporti, indicatori o lezioni apprese.

Le Note dal Campo

Cosa posso fare io?

Confine Siria–Giordania • Settembre 2013

Lucio Melandri

Protezione

Rifugiati

Siria

Accesso Umanitario

È una domanda che ritorna spesso.
Di fronte a una guerra, a una crisi umanitaria, a milioni di persone costrette a lasciare la propria casa, è naturale sentirsi piccoli.
È naturale chiedersi se il proprio lavoro possa davvero cambiare qualcosa.
Anch'io me lo sono chiesto molte volte.
E ogni volta mi torna in mente un ragazzo incontrato anni fa, al confine tra la Siria e la Giordania.

Erano gli anni in cui Raqqa era uno degli epicentri più violenti della guerra siriana.
Intere aree del Paese erano contese tra l'esercito governativo, gruppi di opposizione, lo Stato Islamico e i bombardamenti.
Al confine giordano, decine di migliaia di persone erano bloccate nel deserto.
Non potevano entrare. Tornare indietro significava spesso esporsi di nuovo alla guerra. Un giorno un ragazzino si avvicinò.
Gli chiesi come si chiamasse. Mi guardò e mi disse: — Hai una sigaretta?
Sorrisi e risposi di no.
Poi gli chiesi dove fossero i suoi genitori.
Fu allora che iniziò a raccontare.
Mi disse che suo padre era stato ucciso.
Che la scuola aveva chiuso.
Che giocare a calcio era diventato impossibile.
Non usò mai questa espressione, ma era evidente che l'infanzia, per lui, si fosse interrotta
molto prima dei tredici anni.

Una notte era partito da solo.
Aveva attraversato la Siria.
Aveva attraversato il deserto. Aveva attraversato la guerra.
Era riuscito a raggiungere la Giordania.
Pensai che quella fosse la conclusione della sua storia.
Mi sbagliavo.

Dopo essere arrivato in un campo per rifugiati e aver ricevuto assistenza,
aveva deciso di tornare indietro.
Da solo.
Per riportare fuori sua madre e i suoi fratelli più piccoli.
Ci era riuscito.
E poi era ripartito ancora.
Non per sé.
Per accompagnare altri ragazzi del suo villaggio.
Altre famiglie. Altre persone che conoscevano la guerra ma non la strada.
Faceva avanti e indietro lungo il confine.
Conosceva il percorso. Sapeva dove trovare acqua.
Sapeva quali zone evitare.
Aveva trasformato quella conoscenza in qualcosa che poteva essere utile agli altri.

Quando lo incontrai era stato fermato dai militari giordani durante uno di questi tentativi.
Ricordo che ciò che mi colpì non fu il suo coraggio.
Fu il modo in cui ragionava. Non parlava come qualcuno che voleva cambiare il mondo.
Aveva semplicemente individuato una parte di realtà sulla quale poteva incidere.
Non poteva fermare la guerra.
Non poteva mettere in salvo tutti.
Ma poteva accompagnare qualcuno lungo un tratto di strada che lui ormai conosceva.

Negli anni ho ripensato spesso a quell'incontro.
Ogni volta che mi sono chiesto quale fosse il senso del lavoro umanitario, mi è tornata in mente la stessa immagine.
Forse la domanda non è mai stata: "Come possiamo risolvere una crisi?"
Forse la domanda giusta è più modesta.
E proprio per questo più difficile.

Che cosa possiamo fare, con ciò che sappiamo, per la persona che oggi abbiamo davanti?

Resistenza Umanitaria

Ulcinj – Montenegro • Agosto 2026

Etica umanitaria

Principi umanitari

Azione umanitaria

Futuro dell’umanitario

Ogni epoca trova la parola con cui raccontare sé stessa.
Negli ultimi anni una delle parole più utilizzate è stata resilienza.
La capacità di adattarsi.
Di assorbire gli urti.
Di continuare nonostante tutto.
È una parola importante.
Ma ogni tanto mi accorgo che non mi basta.

Viviamo in un tempo attraversato da trasformazioni che sembravano impensabili solo pochi anni fa.
Le guerre si moltiplicano.
La paura del nucleare torna a fare parte del linguaggio quotidiano.
L'intelligenza artificiale cambia il nostro modo di lavorare, di decidere e perfino di immaginare il futuro.
Principi che sembravano acquisiti vengono rimessi continuamente in discussione.

Quando provo a guardare tutto questo, mi torna in mente un'altra parola.
Resistenza.
Naturalmente non la resistenza delle armi.
L'azione umanitaria non può scegliere un fronte.
Il suo posto resta sempre accanto alle persone che soffrono, qualunque sia il lato della linea del fronte.
La resistenza a cui penso è diversa.
È una parola che ho imparato molto prima di incontrarla nei libri di storia.
Era dentro una vecchia lampadina.
La resistenza è quel sottile filo che, invece di bloccare l'energia, la trasforma.
L'attrito produce luce.
Forse è questa l'immagine che porto con me quando penso al nostro lavoro.
Ogni giorno incontriamo attriti.
Tra principi e realtà.
Tra urgenza e prudenza.
Tra speranza e disillusione.
Tra ciò che vorremmo fare e ciò che il contesto rende possibile.
Possiamo scegliere di consumarci dentro questi attriti.
Oppure possiamo provare a trasformarli.
Non in rabbia.
Non in rassegnazione.
Ma in energia.

L'azione umanitaria, almeno per come l'ho vissuta, non consiste nell'adattarsi passivamente al mondo così com'è.
Consiste nel rimanere abbastanza presenti da lasciarsi attraversare da ciò che accade senza smettere di produrre luce.
Forse questa è la nostra forma di resistenza.
Non quella che sconfigge qualcuno.
Quella che impedisce all'umanità di spegnersi.
Perché la pace non nasce soltanto dalla fine delle guerre.
Nasce anche da persone che, ogni giorno, scelgono di non lasciare che l'attrito produca soltanto calore.
E continuano, ostinatamente, a trasformarlo in luce.

La fiducia ha un’impronta digitale?

Afghanistan • 2008 – Roma • 2026

Etica umanitaria

Protezione dei dati

Innovazione

Intelligenza artificiale

Ci sono domande che sembrano appartenere al presente.
Poi scopri che ti accompagnano da molti anni.
Negli ultimi mesi il dibattito sull’intelligenza artificiale è entrato con forza anche nel mondo umanitario.
Si parla di algoritmi, sistemi predittivi, riconoscimento biometrico, analisi automatica dei dati.
Leggendo molti di questi contributi mi sono accorto che, almeno per me, la questione non è affatto nuova.
È cambiata la tecnologia.
Le domande, invece, sono rimaste sorprendentemente simili.
Tra il 2002 e il 2008 oltre cinque milioni di afghani rientrarono principalmente dal Pakistan e dall’Iran. Fu il periodo di massima intensità di quello che UNHCR avrebbe definito il più grande programma di rimpatrio volontario della propria storia.
La comunità internazionale cercava di accompagnare quel processo offrendo alle famiglie un contributo economico destinato a sostenere il viaggio e la prima fase del rientro.
Nei centri di rimpatrio dal Pakistan venne progressivamente introdotto anche il riconoscimento dell’iride, utilizzato per verificare se una persona avesse già beneficiato del programma.
La logica era difficile da contestare.
Bisognava identificare correttamente le persone, limitare le frodi, evitare il cosiddetto repatriation recycling — cioè il ripetersi dei rimpatri allo scopo di ricevere più volte il pacchetto di assistenza — e garantire che risorse limitate arrivassero davvero ai destinatari previsti.
Dal punto di vista operativo era un sistema efficace.
Anzi, probabilmente era il migliore disponibile in quel momento.
Non ricordo grandi discussioni sull’utilità dello strumento.
Ricordo invece molte conversazioni su ciò che quello strumento avrebbe potuto rappresentare.
Perché il contesto afghano non era soltanto umanitario.
Era anche uno dei principali teatri della lotta internazionale al terrorismo.
Accanto alle organizzazioni umanitarie operavano missioni militari, servizi di intelligence e programmi di sicurezza.
Per noi operatori umanitari quella non era una discussione teorica.
Tra i principali finanziatori dell’assistenza ai rimpatri figuravano anche governi direttamente impegnati, nello stesso contesto, nelle operazioni militari, di stabilizzazione e di sicurezza.
Non era una contraddizione che potessimo risolvere. Era semplicemente il contesto nel quale cercavamo di rimanere fedeli ai principi umanitari.
Ed è lì che iniziavano le domande.
Che fine avrebbero fatto quei dati?
Non sto suggerendo che siano stati utilizzati per scopi diversi da quelli dichiarati. Non ne ho elementi e sarebbe scorretto affermarlo.
Ma ricordo bene il dubbio che circolava tra molti operatori.
Quando una stessa informazione può interessare soggetti con mandati profondamente diversi, è sufficiente dichiarare che verrà utilizzata solo per finalità umanitarie?
Oppure la questione riguarda qualcosa di ancora più delicato: la fiducia delle persone che quei dati decidono di consegnarli?
Negli anni successivi il dibattito internazionale sui dati biometrici è cresciuto molto. Alcune vicende legate alle attività di intelligence hanno mostrato quanto rapidamente informazioni raccolte per una finalità possano assumere valore anche in contesti completamente diversi.
Non è questo il punto centrale del mio ragionamento.
La lezione che continuo a portare con me è un’altra.
La tecnologia evolve molto più rapidamente della fiducia.
Oggi quelle stesse domande riemergono parlando di intelligenza artificiale.
Gli algoritmi promettono di aiutarci a individuare bisogni, analizzare immagini satellitari, organizzare enormi quantità di dati, documentare possibili violazioni del diritto internazionale umanitario e supportare decisioni sempre più complesse.
Sono strumenti che possono offrire un contributo reale.
Sarebbe un errore ignorarlo.
Leggendo alcuni recenti contributi del Comitato Internazionale della Croce Rossa mi ha colpito soprattutto un aspetto: un algoritmo non sostituisce necessariamente il decisore, ma influenza il modo in cui quest’ultimo interpreta la realtà, valuta i rischi e motiva le proprie decisioni.
A quel punto mi è tornata in mente l’esperienza afghana.
Non perché allora esistesse già l’intelligenza artificiale.
Ma perché il dilemma era, in fondo, lo stesso.
Ogni innovazione aumenta la nostra capacità di raccogliere, elaborare e utilizzare informazioni.
Molto meno evidente è la nostra capacità di prevedere quali conseguenze produrrà quella stessa innovazione qualche anno dopo.
L’azione umanitaria ha sempre avuto bisogno di dati.
Senza dati non si identificano le persone.Non si distribuisce assistenza.
Non si pianificano interventi.
La questione, quindi, non è se raccoglierli oppure no.
La questione è come custodire il rapporto di fiducia che rende possibile raccoglierli.
Ogni persona che si rivolge a un’organizzazione umanitaria affida qualcosa di sé.
Può essere un documento, un nome, un indirizzo o un dato biometrico.
In ogni caso sta consegnando una parte della propria vulnerabilità.
Ed è proprio quella vulnerabilità che impone un livello di responsabilità superiore a quello richiesto in molti altri settori.
Per questo credo che il dibattito sull’intelligenza artificiale rischi, a volte, di concentrarsi sulle domande sbagliate.
Quanto saranno accurati gli algoritmi?
Quanto ridurranno gli errori?
Quanto renderanno più efficienti le operazioni?
Sono interrogativi importanti.Prima ancora, però, ce n’è un altro.
Che cosa succede quando informazioni raccolte per proteggere una persona diventano potenzialmente utili anche a chi persegue obiettivi completamente diversi?
È una domanda che riguarda certamente l’intelligenza artificiale.
Ma riguarda, ancora prima, il significato dell’indipendenza umanitaria in un mondo dove i dati sono diventati una risorsa strategica.
Non ho una risposta definitiva.
Forse perché una risposta definitiva non esiste.
So però che l’esperienza afghana mi ha lasciato una convinzione che negli anni non è cambiata.
Ogni nuova tecnologia modifica il luogo nel quale siamo chiamati a esercitare la nostra responsabilità.
Non sostituisce i dilemmi etici.
Li sposta.
Ed è probabilmente questo il motivo per cui continuo a diffidare sia dell’entusiasmo incondizionato sia del rifiuto pregiudiziale dell’innovazione.
La tecnologia può aiutarci a lavorare meglio.
Può rendere l’assistenza più efficace.
Può rafforzare la protezione delle persone.
Ma non potrà mai sostituire la responsabilità di custodire la fiducia sulla quale l’azione umanitaria continua a fondarsi.
Ripensando oggi a quelle discussioni in Afghanistan, mi accorgo che non stavamo parlando soltanto di biometria.
Stavamo già cercando di capire quale rapporto vogliamo costruire tra innovazione, responsabilità e fiducia.
Oggi quella domanda ha un nome diverso: intelligenza artificiale.
Ma, in fondo, è la stessa domanda di allora.

Per approfondire
UNHCR, Afghan “recyclers” under scrutiny of new technology, 3 ottobre 2002.
UNHCR, Afghanistan: Iris-testing proves successful, 10 ottobre 2003.
UNHCR, The use of cash grants in UNHCR voluntary repatriation operations, 2008.
UNHCR, Global Report 2008 – Afghanistan.
Wen Zhou e Anna Rosalie Greipl, Artificial intelligence in military decision-making: supporting humans, not replacing them, ICRC Humanitarian Law & Policy Blog, 29 agosto 2024.
Yéelen Marie Geairon, Deciding under algorithms: artificial intelligence and the protection of civilian infrastructure in armed conflict, ICRC Humanitarian Law & Policy Blog, 12 marzo 2026.

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